Su quella costa aspra, dove il mare si frange contro le rocce, c’è un piccolo cimitero. Non ha l’aria solenne dei grandi camposanti cittadini, né la compostezza ordinata dei giardini di marmo. È un cimitero appoggiato sulla pietra viva, quasi in bilico sull’acqua, come se anche i morti qui dovessero convivere con il mare.
Tra le tombe più antiche, il tempo ha cancellato molte tracce. Restano i cumuli di terra e varie croci storte, abbattute dal tempo e corrose dalla salsedine. Il legno e il ferro resistono a fatica, su tante croci i nomi sono svaniti: come se fosse scritto: “qui giace” ma senza più nessuno da nominare.
Sono le croci senza nome. Le croci vuote. Eppure quei vuoti raccontano. Erano minatori, pescatori, gente che con la stessa tenacia si calava nelle viscere della montagna o sfidava le onde per un pugno di pesci. Persino un triste episodio di guerra viene raccontato da una delle lapidi. Vite dure, consumate dal lavoro e dal silenzio. Nessuna lapide scolpita, nessuna fotografia in ceramica a sorridere: solo una croce semplice, povera come la vita che l’ha preceduta.
Camminando tra queste tombe anonime, viene spontaneo fermarsi un attimo, lasciare che il vento e il mare parlino al posto nostro. Ogni croce senza nome diventa un ricordo collettivo, un simbolo di tutte le vite dimenticate. È come se quelle persone, pur private di identità, continuassero a chiedere solo una cosa: non essere del tutto cancellate e dimenticate.
Le fotografie che ho scattato non vogliono rivelare, ma ricordare. Non c’è niente di spettacolare, solo la testimonianza di una memoria fragile che rischia di scomparire. Pubblicarle significa dare a quelle tombe senza nome almeno uno sguardo, un pensiero, una carezza tardiva.







