SASSARI. Dovrebbero essere tutti così i cimiteri: un piccolo trailer di quel che sarà il paradiso. In quello dell'Argentiera viene da camminarci in punta di piedi, ammirarlo con sguardo affettuoso. Proprio perché sembra un lembo di pace a mollo nel silenzio e nel mare, con la scogliera che si allunga dietro le croci. Forse è per questo che molte anime vorrebbero essere seppellite qui, che le richieste di tombe e loculi aumentano, che anche i turisti desidererebbero questa ultima dimora: è un luogo talmente immobile su un limite estremo, che la mente si rilassa, e il viaggio nell'aldilà potrebbe durare un attimo.

I componenti della commissione Affari generali è la prima volta che lo visitano. Anche per loro, il primo sentimento, appena varcata la cancellata in ferro, è un profondo rispetto. Il contrasto tra il marmo e la natura non può lasciare indifferenti. Sono lì per capire come riorganizzare gli spazi, per discutere di ampliamenti, perché 150 posti non bastano più. «Bisogna ricavare almeno altri 40 loculi - dicono Giampaolo Manunta e Giancarlo Rotella - ogni anno ci sono circa 12 tumulazioni, ma le domande stanno aumentando. Non solo da parte dei residenti dell'Argentiera, ma anche da Palmadula, La Corte e dalle altre borgate».

Però non hanno davanti un cimitero qualunque dove basta buttare giù un muro, allargare i confini, a fare posto a nuovi inquilini. E' come maneggiare un oggetto antico e delicato, carico di storia, di ricordi e di natura. Viene subito il timore di toccarlo, per paura di romperlo. E' stato costruito una settantina di anni fa, dalla società Argentiera, all'epoca in cui si scavava ancora nella miniera. Gli operai che morivano venivano portati nel cimitero più vicino, e cioè a Stintino. Un giorno ci fu una frana, un uomo rimase intrappolato dentro una galleria sotterranea. Quella volta decisero di seppellirlo all'Argentiera.

La sua tomba, come quella di tanti altri morti mezzo secolo fa, non ha più nemmeno un nome. E se sulle decine di cumuli di terra del campo comune c'è sempre una croce di legno vecchio, o di ferro rugginoso, e qualche fiore finto, lo si deve al custode e alla suo ostinato amore per il passato: «Qui ci ha lavorato per tanti anni mio padre, poi è toccato a me. Sono affezionato a questo posto, è come se fosse mio. E anche se mi pagano una miseria, io cerco di tenerlo in ordine lo stesso. Le tombe senza nome mi fanno pena, ormai non si sa nemmeno chi c'è dentro. E anche quest'anno per i Santi metterò un fiore su ognuna».

SASSARI. Dovrebbero essere tutti così i cimiteri: un piccolo trailer di quel che sarà il paradiso. In quello dell'Argentiera viene da camminarci in punta di piedi, ammirarlo con sguardo affettuoso. Proprio perché sembra un lembo di pace a mollo nel silenzio e nel mare, con la scogliera che si allunga dietro le croci. Forse è per questo che molte anime vorrebbero essere seppellite qui, che le richieste di tombe e loculi aumentano, che anche i turisti desidererebbero questa ultima dimora: è un luogo talmente immobile su un limite estremo, che la mente si rilassa, e il viaggio nell'aldilà potrebbe durare un attimo.

I componenti della commissione Affari generali è la prima volta che lo visitano. Anche per loro, il primo sentimento, appena varcata la cancellata in ferro, è un profondo rispetto. Il contrasto tra il marmo e la natura non può lasciare indifferenti. Sono lì per capire come riorganizzare gli spazi, per discutere di ampliamenti, perché 150 posti non bastano più. «Bisogna ricavare almeno altri 40 loculi - dicono Giampaolo Manunta e Giancarlo Rotella - ogni anno ci sono circa 12 tumulazioni, ma le domande stanno aumentando. Non solo da parte dei residenti dell'Argentiera, ma anche da Palmadula, La Corte e dalle altre borgate».

Però non hanno davanti un cimitero qualunque dove basta buttare giù un muro, allargare i confini, a fare posto a nuovi inquilini. E' come maneggiare un oggetto antico e delicato, carico di storia, di ricordi e di natura. Viene subito il timore di toccarlo, per paura di romperlo. E' stato costruito una settantina di anni fa, dalla società Argentiera, all'epoca in cui si scavava ancora nella miniera. Gli operai che morivano venivano portati nel cimitero più vicino, e cioè a Stintino. Un giorno ci fu una frana, un uomo rimase intrappolato dentro una galleria sotterranea. Quella volta decisero di seppellirlo all'Argentiera.

La sua tomba, come quella di tanti altri morti mezzo secolo fa, non ha più nemmeno un nome. E se sulle decine di cumuli di terra del campo comune c'è sempre una croce di legno vecchio, o di ferro rugginoso, e qualche fiore finto, lo si deve al custode e alla suo ostinato amore per il passato: «Qui ci ha lavorato per tanti anni mio padre, poi è toccato a me. Sono affezionato a questo posto, è come se fosse mio. E anche se mi pagano una miseria, io cerco di tenerlo in ordine lo stesso. Le tombe senza nome mi fanno pena, ormai non si sa nemmeno chi c'è dentro. E anche quest'anno per i Santi metterò un fiore su ognuna».

Prima era assunto dal comune di Sassari, poi è stato licenziato e infine riassunto con un co.co.co da 400 euro. «Se lo retribuissero in modo dignitoso - dicono i consiglieri - potrebbe rendere più ordinato il cimitero». E poi: «Magari per abbellirlo si potrebbe piantare qualche alberello, fare un praticello verde, fare le esumazioni e utilizzare una parte del campo comune per ricavare nuovi spazi».

Ma ogni proposta cala lieve e prudente, con il condizionale declinato di serie. Perché questo minuscolo cimitero sembra imballato in un involucro elegante e perfetto, dove la storia e la natura ci hanno scritto sopra: fragile, maneggiare con cura.

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